Calyx-hr1.3 era stato dichiarato inabitabile da ogni ente intergalattico, eppure… ci viveva un
sacco di gente.
Anche qui l’uomo aveva fatto il miracolo, o l’errore, a seconda dei punti di vista: enormi
biodome ipertecnologici punteggiavano la superficie rocciosa del pianeta, bolle trasparenti in
cui si ricreavano climi e atmosfere a misura di sopravvivenza. Ogni biodome era una piccola
città, con regole proprie, illuminazione artificiale calibrata al millisecondo e cibo stampato in
4D da macchine alimentari che si chiamavano per nome, come cuochi famosi.

Il buffet del futuro

Hank atterrò nel settore 9-Tau, in uno dei più famosi biodome gastronomici di Calyx-hr1.3.
Dentro il biodome, Hank si trovò immerso in una giungla artificiale. Palme alte, cespugli
geometrici e vialetti curati con precisione millimetrica. Ovunque capsule abitative e moduli
bianchi con loghi sbiaditi di compagnie interplanetarie. Al centro, l’edificio principale
sembrava un’astronave incastrata in una serra tropicale. Era la mensa comune, anche se
un ologramma all’ingresso preferiva chiamarla “Centro Esperienziale Nutrizionale”.
Hank entrò.
Macchine con nomi tipo ChefOmatic e FlavourCore AI servivano piatti sospesi su piccoli
droni fluttuanti. Ogni pietanza veniva annunciata da una voce dolce e robotica:
“Soufflé emozionale di albedo lunare con retrogusto di sabbia marina!”
“Croccante virtuale di coriandolo quantico!”
La gente attorno masticava a bocca chiusa e occhi chiusi, come in trance.
Hank prese un vassoio, assaggiò tre portate, poi sputò in un tovagliolo con disgusto.
Questa non è carne, borbottò. — È pixel aromatizzato.
Nacho, il cane, lo guardava con occhi accesi, ma anche lui sembrava aver capito: niente
assaggi, solo delusioni.

La Vendetta della Bistecca Vera

Hank uscì dal biodome, ignorando il messaggio sull’allertometro:


“ATTENZIONE: aria tossica, esposizione non raccomandata.”


Indossò il casco da barbecue, versione 2.0: visiera anti-plasma, ventilazione aromatica,
rilevatore di brace.
Nel retro della navetta, aprì il vano di emergenza. Dentro, avvolta nel panno termico, una
bistecca vera.
Niente cloni, niente sintetizzatori. Solo carne, grasso, osso.

La griglia pieghevole prese forma con un suono familiare. Il fuoco crepitò. Il carbone si
accese, diffondendo nell’aria velenosa un profumo che sapeva di casa, terra e domeniche
vere.
La bistecca sfrigolava. Hank la girò con cura. Il fumo salì lento, come una preghiera pagana
al cielo tossico.
Nacho era lì, seduto accanto, con il casco appannato dall’entusiasmo e la bava sospesa in
microgravità.
Il primo morso fu come un risveglio.
Questo sì che è carne

disse Hank, con la bocca piena e gli occhi chiusi.
Nacho abbaiò una sola volta, corto e secco: dammi il mio pezzo.
Hank tagliò una striscia e gliela porse. Il cane la divorò in silenzio, fissando l’orizzonte.


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